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Lorenza, la nipotina della zia Nina, venne risparmiata dai nazisti, perché
invece che Einstein si chiama Mazzetti, ed è ariana. «Io e mia sorella _
racconta nel suo libro 'Il cielo cade', che ha ispirato la pellicola con
Isabella Rossellini, registi i fratelli Frazzi _ stavamo nella villa fin
da piccole, perché la nostra mamma era morta. Questa vita mi è stata
regalata perché ero di "un' altra razza"… sono stata uguale a loro nella
gioia e 'diversa' al momento della morte».
L'ufficiale nazista, biondo con gli occhialini tondi, nel suo ricordo,
parlava francese ed entrò nella camera dove erano state rinchiuse le
donne, mentre quei nazisti, giunti al tramonto su un camion, distruggevano
e saccheggiavano la casa. Comparve nella stanza e invitò la zia e le
cugine a seguirlo al piano di sotto per una formalità.
«Disse con delicatezza e rispetto, per non spaventarci: state tranquille,
è tutto finito, vogliamo solo chiedervi un'ultima cosa».
Uscirono e la porta si richiuse, dopo un po' Lorenza, che aveva 12 anni ed
era con la sorellina Paola, udì una prima raffica di mitra e un urlo, e
così per tre volte, una raffica e un urlo. «Proprio in questo momento
— si rammenta — rivedo quel soldato nazista che ci sorvegliava con il
mitra puntato e nell'udire le tre raffiche vacillò, appoggiò l'arma a
terra, cominciò a tremare e si mise a piangere, a singhiozzare. Non era,
come gli altri, un mostro, ebbe un fremito e allora io capii che cosa era
successo. Si sentivano i cani che ringhiavano, i soldati urlare ordini, e
correndo giù vidi quel giovane ufficiale davanti alla porta della sala
degli specchi. Mi impedì di entrare, mi prese per un braccio e mi sbattè
fuori».
Prima di andarsene, incendiarono la villa. La mattina dopo giunsero gli
inglesi e un militare, che si presentò come un fisico americano, allievo
di Albert, chiese della famiglia Einstein. I contadini gli indicarono le
macerie fumanti. Gli anni seguenti Lorenza Mazzetti rimase a Firenze, dove
frequentò il liceo classico Michelangelo e poi si iscrisse all'università
a Londra.
Divenuta regista cinematografica, fondò con Tony Richardson, Lindsay
Anderson e Carel Reitz il 'Free Cinema Movement', e nel 1962 il suo libro
vinse il premio Viareggio. Oggi dirige a Roma il Puppet Theatre.
Tutti i sopravvissuti, annota, portano con loro il peso di questo
'privilegio' e il bisogno di testimoniare. Per cinquant'anni questo
eccidio è stato quasi ignorato, il film con la Rossellini lo ha fatto
conoscere al mondo e oggi il libro della Mazzetti ha vinto il rifiuto che
gli avevano finora opposto gli editori tedeschi. Il 3 agosto ci saranno
cerimonie e celebrazioni quest'anno nel cimiterino della Badiuzza e vien
da chiedersi se tanto rumore non danneggi il ricordo. «Ma un libro e un
bel film come questo non sono rumore», commenta pacatamente Lorenza.
Quella sera di mezza estate ha pesato per sempre sulla vita di questa
donna, che finita la guerra non poteva come i suoi contemporanei
divertirsi, o almeno, non poteva, come gli altri, cercare di dimenticare e
basta. Il suo dolore trovò conforto a Londra nell'arte. Dipingeva e
divenne regista. Prima un film sulla 'Metamorfosi' di Kafka. Poi un altro,
'Together', che rappresentò l'Inghilterra a Cannes nel '56, dove incontrò
Zavattini, e che vinse la Palma per il cinema d'avanguardia. «Era la
storia di due sordomuti, che vivono in un mondo di rumore. Una storia di
creature differenti. Mentre l'umanità ballava, io avvertivo
l'impossibilità di non poter non testimoniare, e lo feci ma non come
vittima. Non mi si chieda se ci sia una colpa in questo sentirsi
testimone, perché è una colpa che dovremmo sentire tutti. Io salvata e
loro no, questo non basta per indignarsi?». Un'indignazione sia pure
nascosta nello stupore di una bambina, che credeva in tutto.
Sui corpi delle cugine venne trovato un foglio, dov'era scritto che erano
state uccise perché in contatto col nemico. Come i suoi sordomuti Lorenza
Mazzetti nel parlare ha il sospetto di non poter essere compresa. «Non è
compito facile — s'interrompe — cercare di capire».
di Giovanni Morandi
Delle persone del paese che
ho incontrato mi hanno riferito che nel giorno dello sterminio della
famiglia di Robert, i nazisti passarono tutta la mattinata a provare la
mira sparando a 3 mele messe una in fila all'altra su un muretto...
Claudio
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