«Così i nazisti si accanirono su Einstein»

ROMA — «Quella bambina sono io, sì, ero proprio in quel modo, una rompiscatole. E anche lo zio era un uomo tutto d'un pezzo, come viene rappresentato nel film. Di una logica intransigente e di una dignità ai limiti della follia. Diceva: perché dovrei nascondermi se non ho fatto nulla di male?».
Lo zio di Lorenza Mazzetti era Robert Einstein, ebreo, cugino di Albert. Vivevano in una bella villa sul colle di una campagna, che ispira solo beatitudine, località Troghi sulla strada verso Rignano sull'Arno. La notte che precedette la liberazione, i nazisti arrivarono e si misero a caccia dell'ingegner Einstein, ma lui avvisato si era rifugiato nei boschi attorno. Prima di andarserne le SS gli uccisero la moglie, Nina, di 56 anni, e le due figlie, Luce di 27 anni e Cicci di 18. Era il 3 agosto 1944. L'estate dopo, nell'anniversario del suo matrimonio, Robert si suicidò, il 13 luglio 1945, e fu sepolto con la sua famiglia nel cimiterino della Badiuzza in mezzo ai campi della sua tenuta. (vedi foto in fondo alla pagina)

 

Albert Einstein, cugino di Robert Einstein

Lorenza, la nipotina della zia Nina, venne risparmiata dai nazisti, perché invece che Einstein si chiama Mazzetti, ed è ariana. «Io e mia sorella _ racconta nel suo libro 'Il cielo cade', che ha ispirato la pellicola con Isabella Rossellini, registi i fratelli Frazzi _ stavamo nella villa fin da piccole, perché la nostra mamma era morta. Questa vita mi è stata regalata perché ero di "un' altra razza"… sono stata uguale a loro nella gioia e 'diversa' al momento della morte».
L'ufficiale nazista, biondo con gli occhialini tondi, nel suo ricordo, parlava francese ed entrò nella camera dove erano state rinchiuse le donne, mentre quei nazisti, giunti al tramonto su un camion, distruggevano e saccheggiavano la casa. Comparve nella stanza e invitò la zia e le cugine a seguirlo al piano di sotto per una formalità.
«Disse con delicatezza e rispetto, per non spaventarci: state tranquille, è tutto finito, vogliamo solo chiedervi un'ultima cosa».
Uscirono e la porta si richiuse, dopo un po' Lorenza, che aveva 12 anni ed era con la sorellina Paola, udì una prima raffica di mitra e un urlo, e così per tre volte, una raffica e un urlo. «Proprio in questo momento — si rammenta — rivedo quel soldato nazista che ci sorvegliava con il mitra puntato e nell'udire le tre raffiche vacillò, appoggiò l'arma a terra, cominciò a tremare e si mise a piangere, a singhiozzare. Non era, come gli altri, un mostro, ebbe un fremito e allora io capii che cosa era successo. Si sentivano i cani che ringhiavano, i soldati urlare ordini, e correndo giù vidi quel giovane ufficiale davanti alla porta della sala degli specchi. Mi impedì di entrare, mi prese per un braccio e mi sbattè fuori».
Prima di andarsene, incendiarono la villa. La mattina dopo giunsero gli inglesi e un militare, che si presentò come un fisico americano, allievo di Albert, chiese della famiglia Einstein. I contadini gli indicarono le macerie fumanti. Gli anni seguenti Lorenza Mazzetti rimase a Firenze, dove frequentò il liceo classico Michelangelo e poi si iscrisse all'università a Londra.
Divenuta regista cinematografica, fondò con Tony Richardson, Lindsay Anderson e Carel Reitz il 'Free Cinema Movement', e nel 1962 il suo libro vinse il premio Viareggio. Oggi dirige a Roma il Puppet Theatre.
Tutti i sopravvissuti, annota, portano con loro il peso di questo 'privilegio' e il bisogno di testimoniare. Per cinquant'anni questo eccidio è stato quasi ignorato, il film con la Rossellini lo ha fatto conoscere al mondo e oggi il libro della Mazzetti ha vinto il rifiuto che gli avevano finora opposto gli editori tedeschi. Il 3 agosto ci saranno cerimonie e celebrazioni quest'anno nel cimiterino della Badiuzza e vien da chiedersi se tanto rumore non danneggi il ricordo. «Ma un libro e un bel film come questo non sono rumore», commenta pacatamente Lorenza.
Quella sera di mezza estate ha pesato per sempre sulla vita di questa donna, che finita la guerra non poteva come i suoi contemporanei divertirsi, o almeno, non poteva, come gli altri, cercare di dimenticare e basta. Il suo dolore trovò conforto a Londra nell'arte. Dipingeva e divenne regista. Prima un film sulla 'Metamorfosi' di Kafka. Poi un altro, 'Together', che rappresentò l'Inghilterra a Cannes nel '56, dove incontrò Zavattini, e che vinse la Palma per il cinema d'avanguardia. «Era la storia di due sordomuti, che vivono in un mondo di rumore. Una storia di creature differenti. Mentre l'umanità ballava, io avvertivo l'impossibilità di non poter non testimoniare, e lo feci ma non come vittima. Non mi si chieda se ci sia una colpa in questo sentirsi testimone, perché è una colpa che dovremmo sentire tutti. Io salvata e loro no, questo non basta per indignarsi?». Un'indignazione sia pure nascosta nello stupore di una bambina, che credeva in tutto.
Sui corpi delle cugine venne trovato un foglio, dov'era scritto che erano state uccise perché in contatto col nemico. Come i suoi sordomuti Lorenza Mazzetti nel parlare ha il sospetto di non poter essere compresa. «Non è compito facile — s'interrompe — cercare di capire».

di Giovanni Morandi


Delle persone del paese che ho incontrato mi hanno riferito che nel giorno dello sterminio della famiglia di Robert, i nazisti passarono tutta la mattinata a provare la mira sparando a 3 mele messe una in fila all'altra su un muretto...

Claudio


Queste sono le foto della tomba in cui riposa la famiglia Einstein. Si trova nel cimitero della Badiuzza (vedi la sezione Chiese)

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